C’erano tutti. La saletta del ristorante Storyoff, specialità multietniche, si stava riempiendo di commensali che si accomodavano al tavolo. L’atmosfera era quella grave delle occasioni importanti. I visi erano tesi, ma sereni. Da tutti i volti traspariva tenerezza e, da molti, un po’ di rimpianto.

Le pietanze del menù non banale, forse un tantino pretenzioso, avevano iniziato a comparire nei piatti, deliziando i palati di Hubert, di Otto, di Ester, e via via, di tutti gli altri. Tartara di sella di salmone al pernod, spassatelli di rana mascherata, capesante agli agrumi di sangue (che solo a vederle, le gambe facevano giacomogiacomo…) , bis di pesce spada e martello in cudine di burro di fonderia, artisciocchi crogiuolati nella menta fresca. Per non dire, a questo proposito, dell’enorme vassoio di  “frito sconto ma salà” che troneggiava tra gli aperitivi, portato da Giudecca, l’amica di Magda. E come resistere alla zuppiera di Quarzata mantovana, ricetta madre, capostitpite di tutte le leccornie di Senza, o al tegame di Trota Enrosadira del LateMar, portato da laDina?

Vini fantastici si abbinavano in armonia alle pietanze.

L’allegra confusione conviviale di tutta quella brava gente era al massimo. Antelao Spit e Adelmo Corniolet discutevano animatamente sull’ornamento più opportuno per le crode, incuranti dello sguardo un po’ perso e un po’ contrito di Pulsatilla Galauvergne, che si sentiva un po’ in anticipo, fuori stagione. Redenta Calben era commossa, e persa col pensiero lontano. Quanti ricordi non ricordati…

Ester Bolenghin e Aurelio Bagolari si contendevano l’ultima fetta di mortadella del cartoccio di carta oleata e olezzosa che Aurelio aveva aperto di soppiatto accanto al loro piatto.

Ma…

Fine1_p

Ma a ben vedere, una certa irrequietezza iniziava a serpeggiare. Niente di evidente, per carità, nè tantomeno nulla che apparisse più di un tremolio nella voce, appena accennato e subito spianato con una risata, di un battere di ciglia appena più prolungato del naturale lasso di tempo che serve ad una palpebra per umettare la cornea, però… non era forse tipico del Martocleto quell’improvviso riflesso di squame lucenti che a Redenta sembrava aver intravisto guizzare nell’oscurità di quel corridoio buio là in fondo? Non era il profumo muschioso di Martocleto maturo l’aroma che le esperte nari di Hubert von Totenschwanz avevano avvertito sprofondate nel calice di Pfefferer? Ed Ester non si era stretta nel suo stupendo foulard di seta martocletina per riparare le candide spalle dal soffio gelido che un livido e statuario Martocleto aveva brevemente esalato dalla sua immobile posizione, perfettamente mimetizzato nelle venature di abete del rivestimento delle pareti della sala? E sopra tutto, cos’era quel velo di sorda angoscia che aveva attanagliato il cuore di tutti per l’attimo sia pur brevissimo in cui un Martocleto aveva sorvolato nella notte il villaggio dove si trovava il ristorante Storyoff, oscurando con le sue ali possenti la luce pallida che il Quarto di Luna proiettava quaggiù di costassù?

A questo punto, come se fosse montata su un drone silenzioso, la “macchina da presa” (per usare l’antico linguaggio cinematografico) passa in campo lungo, alzandosi e allontanandosi sempre più, lentamente e inesorabilmente, uscendo dal soffitto ma continuando a riprendere la scena del banchetto.

E cosa succede attorno al tavolo? Ognuno può vedere ciò che vuole vedere, la distanza sempre maggiore impedisce di distinguere bene, vale il principio di indeterminatezza, se ci si fissa sui volti si perdono le voci, se si crede di riconoscere le persone non si distiunguono le posture.

Si può passare da un’estremo all’altro, dall’immagine di un allegro convivio che si protrae nella notte stellata, chiassoso e godereccio, alla visione di un’improvvisa angoscia che segna i volti dei commensali e tacita le voci all’istante, lasciando tutti a fissarsi immobili da un capo all’altro del tavolo, per sempre.

Di sicuro, adesso, c’è che il drone gira la macchina da presa verso le stelle e vaga per l’oscurità, dopo aver detto addio a tutti.

Fine2_pForse, chissà, tornerà all’astronave di Magda, pronta per nuove storie negli spazi siderei, o forse si stabilirà, più modestamente, su una bassa orbita stazionaria, dalla quale poi, lentamente ma inesorabilmente, precipitare.

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9 commenti

  1. E sia. Le belle storie hanno una fine. Noi, comuni mortali, restiamo a-storici con un atteggiamento volutamente alieno da enfasi e retorica, stazionando bassi nella nostra orbita quotidiana, fino al nuovo ordine delle cose

    Rispondi
    • Mah, non so se le belle storie hanno sempre una fine: ieri sera, guardavo Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato. Le ultime parole del film sono “e vissero per sempre felici e contenti”.
      Orbita bassa stazionaria è un ossimoro, se è bassa non può essere stazionaria, deve per forza decadere trascinando con sè i suoi oggetti, in un tempo più o meno lungo, ma storicamente misurabile. Cercare di restare a-storici è un ossimorico tentativo di ribellione alla storia e alla sua enfasi retorica.

      Rispondi
  2. Bloggescamente parlando, dissento, dissento e poi dissento.
    Sono per la resistenza ad oltranza e credo nella resilienza.
    Un abbraccio.
    Comunque ho in mente una cosa…
    Preparati!

    Rispondi
    • Resistenza e resilienza implicano entrambe interazione di forze. L’astronave di Magda viaggia nel vuoto.
      Grazie, CaraCol.
      pss: a denti stretti, con le mani sopra la testa, devo ammettere che, un po’, mi incuriosiscono le sorprese… 🙂

      Rispondi
  3. Ci sono vuoti irreversibili e vuoti temporanei: se si reagisce ai primi, credo si possa reagire anche ai secondi…

    Rispondi
    • in effetti non si tratta di reagire, ma di riempire nuovamente, con contenuti adeguati nei tempi giusti. 🙂

      Rispondi
  4. 🙂 Questo Martocleto… gli vogliamo bene da sempre, lui e i suoi amici, le sue amiche 🙂 Secondo me ritornerâ sotto “smentite spoglie” (forse meglio vestite?)
    PS: in orbita bassa e stazionaria permangono molteplici e deliziosi insettini…. 🙂

    Rispondi
    • Caro Principe, grazie di essere passato a salutare! Chissà, sono triste anch’io, vagheggio mentite poglie, ma bisogna poi pur dirci la verità: spanta Rei… (le cose che il Re spande), perduta sunt…

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