Passeggiare – 2

…  E proprio alle pendici di un vulcano non del tutto sopito, Ester Bolenghin era riuscita a coinvolgere per una gita, oltre al suo prediletto Aurelio Bagolari, anche gli amici Tilla Galauvergne e Adelmo Corniolet, assieme a Redenta Calben e Antelao Spit. Incredibilmente, con la (vana) promessa di dolci pendenze e modica quantità di salato sudore, si erano lasciati convincere anche i due pigri e corpulenti Hubert von Totenschwanz e Otto Abendmann. Come spesso accade in quei casi, il cammino favorisce l’intecciarsi di discorsi tra due, tre persone al massimo, che di volta in volta il percorso, con i suoi dislivelli, seleziona e rimescola, in base a fiato e fatica. Così come accade che qualcuno si isoli nello sforzo, in silenziosi soliloqui meditativi per lunghi tratti. Poi, ogni tanto, in punti particolari come un bivio, uno spiazzo tra i mughi, un ruscello o una zona d’ombra ristoratrice, il gruppo sosta e si ricompatta. I discorsi muoiono, ci si scambiano impressioni, dolciumi e bevande ristoratrici. Poi si riparte. I gruppetti a poco a poco si riformano, spesso con nuove combinazioni di persone e rinnovati argomenti di discussione.

Ester quella volta era ripartita da sola, con incauta foga, immersa nei suoi pensieri, distanziando rapidamente i compagni. Fu così che dopo alcuni minuti, quando la raggiunsero, la trovarono in deliquio, inginocchiata, lo sguardo fisso e sbarrato su una piccola distesa di rocce affioranti, dalla forma bizzarra.

 

fossile_a

 

Come spesso accade (come già successe ad esempio qui oppure qui ), la sua capacità “visionaria” l’aveva portata a una delle sue scoperte inattese: le “pietre del dolore fossile”,  l’ “Ur-Schmerz” della cui esistenza tanti studiosi, filosofi e anche anime semplici avevano sempre sospettato, senza averne però evidenza provata. Quelle rocce, atteggiate a urlo disperato, testimoniavano come il “dolore” fece la sua comparsa nel mondo all’improvviso, catapultato all’aperto tutto in una volta e già con tutta la sua intrinseca intensità, ai primordi della vita. Non si è poi sedimentato nei secoli per trasformarsi in qualcosa di diverso, di meno ossessivo o più sopportabile, ma ha continuato ad accumularsi intatto in indicibili cataste, seguendo spietati schemi rigidamente ripetitivi. Quello che succede, che la comunità scientifica sospettava, ma che questo ritrovamento ha confermato, è che i dolori più vecchi vengono sepolti da quelli recenti, e per questo essi vengono ignorati, dimenticati o malamente rimossi per non doverli più vedere. Ma rimangono. Prima o poi riaffiorano. Ed Ester con sgomento osservava come ogni pietra fossile si potesse ridurre in pezzi più piccoli, ma anche come ogni frammento conservasse immutata la quota di dolore originaria della pietra madre. Quindi, di fatto il dolore, lungi dall’attenuarsi, si riproduceva, non c’era speranza di redenzione (Redenta Calben posò imbarazzata una mano sul capo di Ester…).

“E d’altra parte, “ cercò di spiegarle il suo Aurelio Bagolari “ il dolore, quello  “fossile” esiste da sempre come diretta conseguenza della forza evolutiva del tempo e della materia. Entropia unidirezionale senza scampo, unico motore dell’universo, fine a se stesso, fine ignota. Speranza, redenzione, pietà (e anche amore e odio) sono sovrastrutture umane costituitesi a posteriori nei millenni, nel vano tentativo di sopportare meglio” (Aurelio Bagolari, pilota di pachera gialla, in montagna raggiungeva a volte  vette di lirismo filosofico  impensabili, a vederlo lì, col suo aspetto semplice, alla mano…)

Dolcemente, Aurelio cinse le spalle di Ester, aiutandola a rialzarsi e a superare l’ennesima crisi che l’aveva colpita. Il rifugio Cianghettini, su a quota 2875 m. slm era all’altro capo del mondo, ma lui, previdente, si era portato dietro da quel rifugio una bottiglietta di quella grappa che tanto aiutava Ester in quei frangenti…

 

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6 commenti

  1. e dunque, Ester… cin cin!

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  2. Cin cin! Or, as the British say, gin gin!
    ps: ho inserito tre link old time (nostalgici?) nel post…

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  3. Il dolore fossile, nel dizionario Dei Dolori&Delle Pene, ha un paragrafo esplicativo, che cito soltanto in parte: ” Dolor fossile, noto anche come Dolor Indicibilis et immutabilis. Ha uno sviluppo paradossale, perché va contemporaneamente nelle due direzioni: con un moto discensionale tende ad occupare gli strati più profondi, per poi distendersi in una superficie autodilagante e autoframmentantesi. Particolarmente pericoloso, in questa fase, tende ad insinuarsi in ogni piega del vivere, conferendo ad essa un aspetto livido e stagnante. Se ne conosce il potere proliferante”.

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    • Interessante, questo dizionario, perchè introduce una teoria che se non ci fossimo fatte le ossa con la Relatività Generale, direi che ha del paradossale… Immutabilis eppur si muove, come direbbe Galileo. Il compromesso potrebbe essere accostarlo idealmente alla definizione di “buco nero”…

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  4. elis19mr

     /  15 ottobre 2016

    Visione antropologica e psicoanalitica di tutta rilevanza: come dice bene Zena “il dolore fossile…tende ad occupare gli strati più profondi, per poi distendersi in una superficie autodilagante e autoframmentantesi..”
    Credo che l’umanità tutta abbia con sé una porzione di dolore fossile, anche se non tutti gli uomini lo portano alla superficie; perciò non ritengo quella di Ester “mania visionaria” curabile con diversi bicchieri di Gin Gin , piuttosto per me è chiaroveggenza. 🙂

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    • La qualità “fossile” è un’invenzione che serve a dare l’idea dell’immanenza e dell’ineluttabilità del dolore, che non evolve perchè è già tutto. E’ l’equivalente, parlando dell’esistenza, dell’eternità rispetto al tempo. Ed è vero, Ester ci prova a curarsi bevendo, ma non ce la farà mai.

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